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Il regno dei vitigni autoctoni

La Campania è uno dei territori più importanti al mondo per quel che riguarda la quantità e la varietà di vitigni storicamente coltivati. Un patrimonio ampelografico semplicemente straordinario, formatosi e conservatosi in quasi tre millenni grazie prima di tutto alla posizione strategica della regione nel bacino mediterraneo.

Se le radici del vino indoeuropeo vengono unanimemente collocate nel Caucaso, è altrettanto assodato che gli insediamenti greci e fenici in Campania hanno rappresentato una delle principali porte d’ingresso per un gran numero di cultivar orientali, prima della loro diffusione in varie zone dell’Europa continentale.

E’ praticamente impossibile elencare tutte le varietà censite, descritte, menzionate in regione fin dai tempi antichi. Basta ricordare un semplice dato: anche oggi che una parte del materiale genetico è stato perduto nei periodi più difficili per la viticoltura, la Campania può contare su un numero di vitigni autoctoni che supera quello dell’intera Francia. In ogni distretto è possibile, anzi inevitabile, imbattersi in decine di varietà, cloni, biotipi, diffusi solo localmente e magari conosciuti con termini dialettali, propagati attraverso selezioni massali effettuate nelle vigne co-piantate.

Solo una piccolissima parte dell’incredibile serbatoio di biodiversità è stata studiata nel dettaglio da un punto di vista genetico, agronomico od organolettico, eppure periodicamente su alcuni di questi vitigni pressoché sconosciuti al grande pubblico nascono dei progetti, non solo aziendali, con l’obiettivo di recuperarli e valorizzarli ben oltre i pochi filari in cui sono presenti. Ecco allora che il gruppo delle varietà campane “principali”, quelle maggiormente diffuse ed utilizzate dalle aziende produttrici, si arricchisce continuamente di nuovi protagonisti.

Le potenzialità del vigneto campano da questo punto di vista sono dunque per molti versi infinite ed è una questione assolutamente centrale per comprendere l’identità della regione nello scenario vitienologico mondiale. Anche in anni in cui le indicazioni del mercato sembravano andare in una direzione praticamente opposta, i vignaioli campani hanno continuato a credere fermamente nel valore storico e qualitativo delle loro cultivar tradizionali. Anche nella fase di maggiore successo dei cosiddetti vitigni internazionali, in Campania la presenza di merlot e chardonnay, cabernet e sauvignon, syrah e petit verdot si è mantenuta (come è a tutt’oggi) decisamente marginale.

Salvo eccezioni ben circoscritte, le migliori bottiglie della regione sono da sempre prodotte con uve autoctone e questo è uno dei principali fattori di distinzione del distretto: sono vini per molti versi dal carattere unico, non riconducibile a modelli standardizzati e non facilmente replicabile, che suscitano un crescente interesse tra gli operatori e gli appassionati più curiosi ed aperti. Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia: non è per nulla facile orientarsi in un panorama così ampio e variegato di nomi, zone, espressioni organolettiche. Ogni varietà e denominazione richiede quasi una conoscenza specifica per essere memorizzata, capita e spiegata nel suo profilo identitario.

Uno scenario complesso ed articolato che necessita di una comunicazione continua, a più livelli. In questa sezione proponiamo attraverso il menù laterale la possibilità di accedere ad una serie di schede dedicate ai principali vitigni utilizzati in Campania, divisi tra quelli a bacca bianca e a bacca scura. Ogni vitigno è inquadrato da un punto di vista storico, agronomico, stilistico e produttivo, con l’indicazione delle denominazioni in cui viene utilizzato, in purezza o in blend. Come detto si tratta di una selezione, solo la “punta dell’iceberg” di un tesoro ampelografico che pochissime altre regioni del mondo possono vantare, con centinaia di cultivar. Una documentazione pronta dunque ad ampliarsi continuamente nelle varie fasi di sviluppo del portale.