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GRECO DI TUFO DOP (BIANCO)

L’area del Greco di Tufo è la più piccola, in rapporto all’estensione del territorio ma non alla superficie vitata, tra le denominazioni irpine. Sono soltanto otto i comuni che possono ospitare nei propri confini vigneti di Greco a Docg e sono Altavilla, Prata Principato Ultra, Santa Paolina, Montefusco, Torrioni, Chianche, Petruro e naturalmente Tufo. La Doc fu riconosciuta nel 1970, la Docg nel 2003.

Dop Greco di Tufo
E’ una zona per molti versi omogenea, caratterizzata dall’influenza del fiume Sabato, dalla presenza di pendii ripidi, da terreni argilloso-calcarei di origine vulcanica molto difficili da lavorare, nonché dalla ricchezza minerale del sottosuolo. E’ una zona al tempo stesso molto eterogenea, nella quale si evidenziano sostanziali differenze per quanto riguarda le altitudini dei vigneti (distribuiti tra i 300 e i 700 metri), il microclima, i sistemi di allevamento, le esposizioni, le dimensioni degli impianti.

Variabili visibili, misurabili, confrontabili, che si trasferiscono ai singoli vini e che sempre di più sarebbe possibile toccare con mano con l’aumento del numero di cantine produttrici. Se non fosse per il fatto che la proprietà nelle zone del Greco è estremamente frazionata, e sono ancora relativamente pochi gli esempi di vinificazione in purezza di singole sottozone o addirittura di singoli vigneti. La maggior parte delle aziende, infatti, è costretta a lavorare piccole partite, e i vini sono quasi sempre il risultato di un blend di zone diverse.

La superficie iscritta alla Docg conta poco più di 800 ettari, rivendicata per quasi il 90%: nel 2009 – ultimi dati disponibili – le 564 denunce di produzione hanno interessato un’area di circa 700 ettari, per una produzione complessiva di 38.469,44 ettolitri e poco più di cinque milioni di bottiglie. Dati che rendono l’area del Greco di Tufo la più produttiva tra le tre Docg irpine.

Il Greco in Irpinia

Il Greco fu introdotto in Campania, e precisamente nell’area vesuviana, probabilmente dai Pelasgi, un popolo originario della Tessaglia. Solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 iniziò ad essere coltivato nelle zone interne, trovando il proprio territorio nella Valle del Sabato irpina, una piccola area piuttosto omogenea caratterizzata da terreni di origine vulcanica, fortemente argillosi e calcarei, ricchissimi di minerali, in particolare lo zolfo che veniva estratto e lavorato presso le miniere Di Marzo fino all’inizio degli anni ’80.

Prima di diventare il fulcro di una delle denominazioni bianche più conosciute in Italia, infatti, il piccolo borgo di Tufo è stato uno dei più importanti centri minerari del sud. Quello zolfo che per anni ha retto l’economia della zona e ancora oggi si fa sentire nel profilo aromatico e gustativo di vini inconfondibili, nuovo oro giallo della Valle del Sabato.

E’ proprio la mineralità sulfurea, insieme all’acidità, il tratto più caratterizzante del Greco di Tufo: nelle migliori espressioni si manifestano fin da subito sensazioni di pietra focaia, spesso accompagnati da note terrose e viscerali, di malto, frutto rosso, mentre con l’invecchiamento emergono soprattutto le note di miele, pesca, albicocca, frutta secca.

Da un punto di vista agronomico, il greco è considerato un vitigno per molti versi complicato da coltivare e trasformare: grappolo compatto, buccia sottile, maturazione tardiva, ha un’elevata sensibilità alle crittogame e in particolare ai fenomeni di marciume acido. Inoltre è una cultivar relativamente povera di aromi primari e terpeni, il che costringe ad un lavoro attento per evitare che i grappoli vengano “cotti” e per salvaguardarne quindi il profilo varietale.

A queste si aggiungono una serie di difficoltà enologiche, legate alla ricchezza di sostanze polifenoliche e proteiche di cui è dotata l’uva greco. Per certi versi si comporta in vinificazione come fosse una varietà a bacca scura: la buccia contiene molte catechine, tende a scaricare molto colore (i mosti di partenza sono spesso su tonalità quasi marroncine) e bisogna stare attenti per evitare ossidazioni precoci. Quasi tutti i Greco di Tufo vengono vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, dimostrando una buona propensione all’invecchiamento quando si riesce a preservarne l’integrità aromatica.

Da un punto di vista gustativo l’aspetto che colpisce maggiormente è la ricca struttura (tant’è che i viticoltori parlano del greco come di “un rosso travestito da bianco”) e l’elevata acidità, che lo rende compagno ideale della cucina di costa come dei piatti più terragni della tradizione irpina. Gli abbinamenti classici del Greco di Tufo, infatti, sono le ricette contadine della Valle del Sabato: la minestra maritata, il baccalà con patate e peperoni, l’agnello con i piselli e le uova dei giorni di festa.