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VESUVIO DOP (BIANCO, ROSATO E ROSSO)

Denominazione di Origine Controllata (Doc) riconosciuta nel 1991, la Dop Vesuvio fa riferimento all’ampia fascia che si sviluppa circolarmente alle pendici del più famoso complesso vulcanico campano. E’ un’area densamente popolata, dove non mancano settori in grado di raccontare anche oggi l’elevata vocazione agricola documentata da secoli per questa zona di enorme fascino paesaggistico.

Dop VesuvioZona di produzione

L’area di produzione del Vesuvio Dop si sviluppa su ben 16 comuni: l’intero territorio amministrativo di Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio, e parte dei comuni di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana.

Nonostante l’ampiezza del territorio, la superficie viticola è al momento abbastanza limitata, con una trentina di aziende operanti regolarmente, tra le quali una serie di aziende ubicate in provincia di Avellino. Prevalgono le realtà di piccole dimensioni, con produzioni totali inferiori alle 100.00 bottiglie, anche se una fetta significativa di aziende che propongono nella propria gamma vini del Vesuvio si avvicinano spesso al milione di bottiglie.

Per quanto riguarda le condizioni pedoclimatiche, naturalmente l’aspetto più importante riguarda l’influenza del mare Tirreno e del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, che si pone praticamente al centro di un comprensorio circolare con diverse quote altimetriche, tipologia di terreni ed esposizioni. L’attuale viticoltura vesuviana si concentra tra le ultime falde fino ai due terzi dell’altezza del Vesuvio, con la porzione più consistente dei siti collocati tra i 50 e i 400 metri.

E’ per molti versi possibile distinguere due macro-zone, quella che comprende l’Alto Colle Vesuviano sul versante Nord-Ovest (tra San Sebastiano, Massa di Somma e Sant’Anastasia) e quella che si snoda nel quadrante sud-orientale, tra Boscoreale, Trecase, Boscotrecase e Terzigno. Sul versante Nord-Ovest prevalgono i siti ubicati in pendio sopra i 200 metri, nella fascia opposta sono più evidenti i materiali di natura piroclastica (depositi di ricaduta o di flusso) che si innestano su suoli di tessitura tendenzialmente sciolta.

Base ampelografica

Per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa, in tutta l’area è largamente maggioritaria la coltivazione del piedirosso, anche detto palummina, a cui si affiancano sciascinoso e quote crescenti riservate all’aglianico. Tra i vitigni a bacca bianca meritano attenzione caprettone e catalanesca, diffuse ormai solo nell’area del Vesuvio, affiancate da varietà più “campane” come coda di volpe, falanghina, greco, ma anche dalla rara verdeca.

Principale tipologie e specifiche del disciplinare

Il disciplinare prevede per la Dop 8 tipologie, tra le quali le più significative sono senza dubbio quelle che declinano il Lacryma Christi, il cui nome si deve ad un mito-leggenda da sempre tramandato. Si narra che un pezzo di Paradiso precipitò nel Golfo di Napoli quando Lucifero ne fu scacciato: addolorato per la perdita di colui che era stato l’angelo più buono e di quell’angolo di Eden staccato dal cielo, Cristo pianse. E là dove caddero le sue lacrime, nacquero delle viti il cui vino si chiamò, appunto, Lacryma Christi.

Più prosaicamente la dop prevede per la tipologia Bianco un utilizzo di coda di volpe o caprettone per almeno il 35%, con la restante quota riservata a falanghina e greco per un massimo del 20%.
Per la tipologia Rosso è stabilito un utilizzo del piedirosso per almeno il 50%, con la restante quota affidata a sciascinoso (massimo 30%) e aglianico (massimo 20%).