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FIANO DI AVELLINO DOP (BIANCO)

L’area del Fiano di Avellino è la più ampia tra le denominazioni irpine, in rapporto all’estensione del territorio ma non alla superficie vitata, che è di quasi un 30% inferiore rispetto a quella del Greco di Tufo.

Dop Fiano di Avellino

L’areale comprende 26 comuni ubicati tra la Valle del Calore, la Valle del Sabato, le falde del Monte Partenio e le colline che guardano al Vallo di Lauro. Si tratta ovviamente di una zona piuttosto eterogenea sotto tutti i punti di vista, nella quale si evidenziano sostanziali differenze per quanto riguarda le altitudini dei vigneti, i microclima, i sistemi di allevamento, le esposizioni, le dimensioni degli impianti, le scelte vendemmiali.
La Doc fu riconosciuta nel 1978, la Docg nel 2003.

Le altitudini oscillano dai circa 300 agli oltre 650 metri sul livello del mare, la stessa variabilità si ritrova nei terreni, di base argilloso-calcarea con elementi vulcanici, più sciolti in alcune zone, più tenaci e compatti in altre, addirittura su roccia viva in altri siti ancora.

La superficie iscritta alla Docg conta poco più di 550 ettari, rivendicata per oltre il 75%: nel 2009 – ultimi dati disponibili – le 362 denunce di produzione hanno interessato un’area di circa 430 ettari, per una produzione complessiva di 22.787,18 ettolitri e poco più di tre milioni di bottiglie.

Il Fiano in Irpinia

Il Fiano, vitigno presumibilmente di origine italica, è considerato uno dei grandi bianchi autoctoni del Bel Paese, capace non solo di reggere all’invecchiamento ma addirittura di offrire il meglio di sé dopo un adeguato periodo di maturazione. In Irpinia ha rischiato seriamente di scomparire nel secondo dopoguerra ed è stato riportato in auge negli anni ’70 dopo un faticoso lavoro di recupero che ha coinvolto viticoltori e aziende, sotto la spinta che derivò dal grande successo commerciale che questo vino-vitigno incontrava sui mercati nazionali, attraverso le bottiglie della storica cantina del territorio, guidata dai fratelli Mastroberardino.

Fino ad allora, la coltivazione del fiano era concentrata quasi esclusivamente nel comprensorio di Lapio, il piccolo borgo della Valle del Calore che ancora oggi è considerato per molti versi come la sua terra d’elezione ed ospita circa un quinto della superficie vitata. Si trattava comunque di piccole produzioni e di un vino molto diverso da quello che conosciamo oggi: la maggior parte delle vigne era destinata ad aglianico e il fiano veniva utilizzato essenzialmente per ottenere un vino dolce e leggermente frizzante, da consumare nelle occasioni di festa o, in caso di surplus, da vendere ai commercianti campani.

Da un punto di vista agronomico il fiano è considerato per molti versi l’alter ego del greco: varietà vigorosa capace di adattarsi a condizioni molto diverse, grappolo piuttosto spargolo, buccia resistente e tenace, maturazione tardiva, in alcuni manuali lo si ritrova classificato addirittura come vitigno semi-aromatico, imparentato coi moscati. A differenza del greco, è cultivar ricca di terpeni, con valori di acidità di partenza sensibilmente più bassi, seppur sempre su livelli rilevanti per un bianco “mediterraneo”.

In un’annata “normale” la raccolta si concentra tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre, ma ci sono delle zone dove tradizionalmente il fiano viene raccolto a fine ottobre. La stragrande maggioranza dei vini proposti sul mercato è frutto di fermentazioni e affinamenti condotti esclusivamente in acciaio, spesso dopo una maturazione di qualche mese sulle fecce fini.

Gli aromi tostati e affumicati tipici dei migliori Fiano di Avellino, dunque, sono un’espressione molto riconoscibile del varietale e dei terroir, ancora più evidente con l’evoluzione. Nel corso degli anni arretrano i tratti più “dolci” ed aromatici di fiori, erbe ed agrumi, ed emergono più chiaramente i timbri minerali più complessi di iodio, fumé e idrocarburi, ispirando talvolta associazioni del tutto naturali con vini solo apparentemente lontani come gli Chablis, i Riesling, certi Chenin Blanc della Loira.

Da un punto di vista gustativo l’aspetto che colpisce maggiormente nelle versioni più riuscite è il connubio che si realizza fin da subito tra finezza e sapidità, energia ed eleganza, anche per effetto di un’acidità più armonica ed integrata rispetto a quella in genere più dura e scalpitante dei Greco di Tufo più territoriali. Caratteri che ne consigliano un utilizzo a tavola soprattutto “per assonanza”: crostacei e molluschi prima di tutto, ma anche zuppe e vellutate a base di legumi, primi piatti con verdure, carni bianche alla griglia.