I fratelli Giuseppe, Agostino e Carmine Abbagnale con papà Vincenzo e mamma Virginia nella casa di Messigno (NA)

Il successo è una lunga pazienza

Alle 12 e 28 del 5 agosto la temperatura registrata era di 32 gradi, il tasso di umidità stazionava al 65%, ero imbottigliato in 5 chilometri di coda e, senza un goccio d’acqua, ero stravolto. Non erano solo le condizioni appena descritte che mi facevano sentire del tutto sfatto, era proprio quel periodo a non essere tra i migliori. Mancava poco alle ferie, ma sembrava che non arrivassero mai, e per chi come me mangia e beve per lavoro era il momento più intenso. Nell’ultimo mese sull’agenda tre volte la settimana era segnata la parola ristorante e almeno un migliaio di vini assaggiati avevano fatto da condimento. Con quel caldo che sfriggeva sembrava di sudare alcol e frittura: lasciai perdere, tanto non sarei mai arrivato in orario al ristorante dove ero diretto, presi l’uscita per Castellamare di Stabia alla ricerca di un po’ d’acqua.

Quando mi resi conto di essermi perso mi trovavo in via Bonito, e un cartello alla mia destra indicava il Circolo Nautico Stabia: un poco d’acqua volevo, non esageriamo.

All’incirca una quarantina di anni fa davanti a quello stesso cartello e quasi per caso ci era finito Giuseppe Abbagnale. Era l’alba, aveva più o meno quattordici anni e non sapeva nuotare. Secondo alcuni era stato suo padre Vincenzo a mandarlo lì: aveva pensato che nuotare lo avrebbe reso più forte. Più forte per aiutarlo nei campi giacché Giuseppe era il primogenito, e con Carmine e Agostino avrebbe dato una mano al padre, mentre Maria e le gemelle Nunzia e Rosanna avrebbero aiutato mamma Virginia in casa.

Secondo altri Giuseppe si trovava lì perché non aveva nessuna intenzione di coltivare gladioli a Messigno, piccola frazione del comune di Pompei. Avrebbe preferito giocare al calcio con la canotta tinta da mamma Virginia dei colori della sua squadra del cuore, l’Inter, ma il circolo era una buona scusa. Ad ogni modo, all’alba di quella mattina, Giuseppe e Carmine percorsero i sei chilometri che separavano casa dal circolo: ad aspettarli, il dottore. Zio Giuseppe La Mura, il fratello minore di mamma Virginia, da qualche anno, oltre che medico della mutua, tecnico al circolo nautico Stabia. Il dottore, come lo chiamavano tutti, anche Giuseppe e Carmine, era fissato con questa storia del canottaggio. Aveva iniziato durante il primo anno di medicina, sotto la guida di Arturo Cascone aveva vinto il titolo italiano in 2 jole seniores. Ma al terzo anno di università, Curzio Buonaiuto, che fu presidente della Canottieri Napoli, gli aveva suggerito di scegliere tra lo sport e lo studio: passavano i mesi senza che riuscisse a dare l’esame di anatomia. Lasciò la carriera agonistica e al canottaggio ritornò dopo la laurea in medicina alla fine degli anni ’60. Intanto al Circolo Stabia erano andati via due tecnici, Aldo Calì e Bruno Zincone, e il presidente aveva proposto al dottore di allenare. I ragazzi il giorno dopo gli fecero trovare i crisantemi e un cero sullo scafo: era il loro modo per spingerlo ad accettare la proposta.

Giuseppe era il terzo dei sette figli di Carmine La Mura, contadino che detestava l’acqua e che, pare, non sapesse nuotare. Virginia, cui abbiamo accennato, Carmela, Rosa, Pasquale, Enrico e Filomena. Il dottore sposò Rina Dall’Aquila, da cui ebbe due figli. Carmine Robert, il primo, partecipò a due Olimpiadi. Carmela, sorella di Giuseppe, partorì Aniello, medaglia di bronzo ai mondiali juniores del 1985 nel quattro senza. Rosa, un’altra sorella, sposò il fratello di sua cognata Rina e generò Armando, medaglia di bronzo ai campionati italiani, dove lo zio Enrico, fratello di Giuseppe, conquistò un argento. Antonio, fratello di Rina e cognato di Giuseppe, arrivò quarto a un’Olimpiade. Carmine, cugino di Giuseppe, fu secondo ai campionati italiani vinti da Ferdinando, cognato di Enrico. Filomena, la più giovane delle sorelle La Mura, non partorì nessun vogatore a quanto sembra. Virginia, come sappiamo, mise al mondo i fratelli Abbagnale: Giuseppe, Carmine e Agostino.

Crediti foto: sito Internet Federazione Italiana Canottaggio

Crediti foto: sito Internet Federazione Italiana Canottaggio

Giuseppe La Mura aveva una visione maniacale del canottaggio e un metodo “bulgaro”, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza dei carichi di lavoro degli atleti dell’Europa dell’Est che percorrevano 80 chilometri al giorno. Era come fare l’operaio, quattro allenamenti di 20 km, otto ore in acqua. E la Germania dell’Est ne faceva 60 mentre noi eravamo fermi a 20, massimo 25 correndo tra i boschi del Faito; i ragazzi studiavano e non c’era la possibilità di allenarsi indoor.

La svolta arrivò nell’estate del 1980. La Mura fece una rivoluzione, inventando una metodica di allenamento che sarà pubblicata sulle riviste specializzate di tutto il mondo, applicata, nonostante la fatica, con dedizione da Giuseppe, per questo detto il leone, e da Carmine. Portò subito a risultati esaltanti. La vittoria nel campionato italiano degli Abbagnale nel 1980. La clamorosa e poco conosciuta prima vittoria mondiale di Giuseppe e Carmine nel 1981, sulle acque del bacino Feldmoching di Monaco di Baviera, fulminando tedeschi e sovietici con una partenza furente. La seconda vittoria mondiale l’anno dopo, sul Rotsee, il lago di alghe rosse di Lucerna, battendo i formidabili tedeschi dell´est, Seyfarth e Schmeling, davanti a 30mila spettatori. Non rimanevano che le Olimpiadi, quelle di Los Angeles del 1984, ai fratelli Abbagnale.

Nella specialità del due con l’Italia vantava un’ottima tradizione olimpica, ma era dai giochi del 1968 a Città del Messico che non si andava a medaglia. Dai tempi del magazziniere Primo Baran e dell´orafo Renzo Sambo, i canottieri trevigiani che sul canale messicano di Xochimilco vinsero l´oro olimpico con timoniere il sedicenne Bruno Cipolla. L’Italia aveva già vinto in questa specialità ad Anversa nel 1920 con Olgeni e Scatturin, era arrivata seconda ai giochi di Parigi del ’24, a quelli di Berlino del ‘36 e quelli di Londra del ‘48. Nelle tre edizioni precedenti a quella di Los Angeles, Monaco ‘72, Montreal ‘76 e Mosca ‘80, c’era stato il predominio incontrastato dei tedeschi dell’est. L’Unione Sovietica per due volte era arrivata al secondo posto. Ma entrambi gli equipaggi non parteciparono ai giochi californiani aderendo al boicottaggio russo, risposta a quello precedente fatto dagli americani per i giochi di Mosca. È forse per questo che, nonostante la portata storica di quella vittoria per l’equipaggio italiano, non esistono video di quel giorno rintracciabili su internet, e che le stesse foto siano pochissime rispetto al materiale e al ricordo della voce di Giampiero Galeazzi che irrompe dal televisore nel bis concesso dagli Abbagnale quattro anni dopo a Seoul. Eppure, come sarà sottolineato nelle interviste post gara da Giuseppe e Carmine e dal timoniere, il 26enne Peppiniello Di Capua, sia i russi che gli invincibili tedeschi erano stati battuti per ben due volte, l‘ultima ai mondiali di Lucerna.

Peppiniello Di Capua e Giuseppe La Mura in una foto recente - Crediti: Federazione Italiana Canottaggio

Peppiniello Di Capua e Giuseppe La Mura in una foto recente – Crediti: Federazione Italiana Canottaggio

Era il 5 agosto, di trent’anni fa. I fratelli Abbagnale si svegliano alle sei e trenta, dopo otto ore di sonno, prendono un the e null’altro. I giorni precedenti avevano mangiato regolarmente. Sono tranquilli, nonostante il favore del pronostico. Hanno dormito nella villetta affittata dalla federazione e non nel villaggio di Santa Barbara per essere più vicini al lago Casitas dove si terrà la gara. I rivali da cui guardarsi sono i romeni. La tattica è stata studiata su misura dal dottor La Mura, che di buon mattino prende un ansiolitico per evitare lo stress, che “fa male”, dice. I romeni usano attaccare fra i 500 e i 1000 metri, quindi devono essere messi in condizione di non nuocere fin dalla partenza. Invece di farli attaccare, costringerli in difesa. Per questo è stato deciso di tenere un ritmo alto sin dalle prime battute: 36 palate al minuto, preciserà in seguito ai microfoni Peppiniello. Ai 500 metri siamo già in testa, il cronometro segna 1’41”47 (i romeni 1’43”21), quasi una barca di vantaggio. Ai 1000 metri 3’29”23 (3’33”28 i rivali), 5’18”19 ai 1500 (5’23”98), infine 7’05”99 contro 7’11”21. Un abisso che doveva contenere l’equipaggio tedesco e quello russo, ci fossero stati.

Il lago di Casitas, a cento chilometri da Los Angeles, è un bacino naturale, riserva di acqua potabile. Agli atleti è vietato anche tuffarsi in acqua per festeggiare una vittoria. Aronne Anghileri nella cronaca del giorno dopo sulla Gazzetta dello Sport scriverà: «Dopo essere risaliti dal pontile con la barca in spalla, come se fossero vogatori qualsiasi e non campioni olimpici […] Attorno non c’è nessuno. L’intera squadra azzurra pare volatilizzata (è vero che sta gareggiando il quattro di coppia). […] Ci sentiamo un po’ imbarazzati, a fare festa agli olimpionici siamo soltanto tre giornalisti in quest’ambiente disadorno che fa tanto camping di seconda categoria, con le sue strade sterrate un po’ melanconiche. Ma a vincere all’Olimpiade non ci si sbraccia, non si urla, non si levano i pugni in alto o ci si inginocchia a beneficio della Tv?»

Non sempre.

Dietro il cartello che indicava il Circolo Nautico Stabia, in quella piccola tana di legno e cemento, il dottore Giuseppe La Mura quarant’anni fa aveva scritto e appeso un cartello ammonitore per i nipoti: “Il successo è una lunga pazienza”.

Sedici anni dopo Baran e Sambo, due italiani tornarono sul podio più alto, vincendo l’oro olimpico nella specialità del due con. I fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale, due ragazzi di 25 e 22 anni in cerca di lavoro stabile per evitare di coltivare gladioli a Messigno, Pompei, come ancora voleva papà Vincenzo.

 

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L'Autore

Mauro Erro

Mauro Erro

Nato a Napoli nel 1978, alla passione per il mondo dell’editoria e dell’informazione accompagna da sempre quella per il vino e i suoi artigiani. Nel 2006 ha creato il Laboratorio Divino in Vigna, luogo di incontro per appassionati, enoteca e libreria specializzata, ha diretto un festival dedicato ai piccoli produttori del Sud-Italia, collaborando con diverse pubblicazioni specializzate, cartacee e digitali. Dal 2008 pubblica i suoi appunti sul blog Il viandante bevitore, dal novembre 2011 è al fianco di Alessandro Masnaghetti nella redazione di Enogea.
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