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La Campania del Vino, gli scenari

Raccontare la Campania del vino è un’operazione affascinante e allo stesso tempo molto complicata. E’ come entrare in una trincea disseminata di eccezioni, contrapposizioni, contraddizioni: una ricchezza di scenari che costituiscono oggi l’elemento di maggiore fascino ed interesse da parte degli enoappassionati nei confronti della regione, ma anche una variabilità che rende di fatto impossibile una narrazione armonica e lineare.

Da un punto di vista temporale la Campania del Vino è come sospesa fra un passato glorioso e documentato e un presente dalle mille incognite, fra le sue radici millenarie e una storia recente che per molti versi ha meno di vent’anni, fra vicende di ieri che l’hanno resa in alcuni momenti una delle capitali del vino mondiale e le scommesse di oggi che parlano di un distretto produttivo solo in minima parte costituito.

Da un punto di vista geografico, produttivo e climatico, la Campania è tutt’altro che una realtà omogenea e assomiglia molto di più ad una macro-regione con decine e decine di zone, sottozone, terroir, cru, la cui conoscenza specifica, unitamente a quella dei vignerons, è necessaria per poter prevedere i caratteri dei vini che vi vengono prodotti. Senza dimenticare lo straordinario patrimonio di vitigni autoctoni che rende la regione il più importante scrigno ampelografico del Mediterraneo: la Campania da sola può contare su più varietà tradizionali di tutta la Francia.

Da un punto di vista imprenditoriale, la Campania è più di altre regioni uno spazio complesso dove si confrontano grandi aziende e piccoli garage che trasformano le uve delle vigne di famiglia. Alle poche realtà attive già prima degli anni ’90 si sono aggiunti centinaia di nuovi protagonisti: una vera e propria esplosione di nuove cantine che non accenna a diminuire nonostante la crisi e che ha portato ad oltre 400 il numero di aziende campane (nel 1990 erano meno di 20), senza contare gli imbottigliatori.

Appare chiaro, quindi, come i punti di forza e di debolezza siano in buona parte coincidenti. Al centro di tutto c’è un filo rosso che tiene insieme realtà molto diverse per storia, dimensioni, collocazione, numeri, filosofia produttiva: è il filo rosso di una qualità costantemente in crescita e sempre di più cercata, quantomeno sotto forma di informazioni e input, da gruppi significativi di appassionati ed operatori, specialmente all’estero.

In questo senso il vero punto di forza del vino campano risiede nelle infinite possibilità che pubblici diversi con riferimenti estetici diversi hanno a disposizione per fare nuovi incontri e misurarsi con interpretazioni organolettiche di grande respiro. In particolare il successo di critica che sempre di più incontrano certe zone e certe denominazioni dimostra come sia considerato un forte elemento di distinzione e di valore aggiunto la capacità di alcuni vini di smarcarsi completamente dagli stereotipi del vino meridionale, evidenziando dei caratteri che li fanno assomigliare molto di più a certe espressioni nordiche o addirittura d’oltralpe.

Caratteri immediatamente visibili quando si abbandonano le tradizionali rotte turistiche della regione per addentrarsi in luoghi angusti e impervi, dove la vigna sembra quasi nascondersi tra le montagne e dove tutto ha il sapore duro della terra, della roccia, dell’isolamento, quasi a rinnegare un’origine che invece ha avuto inizio da mari lontani.