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Fiano - Lapio (AV)

Fiano – Lapio (AV)

Fiano (Bacca Bianca)

Con oltre 850 ettari coltivati, il fiano rappresenta la nona varietà per diffusione in Campania, la quinta per quel che riguarda i vitigni a bacca bianca*.

Trasversalmente considerato uno dei migliori vitigni autoctoni italiani a bacca bianca per personalità varietale, leggibilità territoriale e potenziale di longevità, ha origini antiche ma ha seriamente rischiato di scomparire dalle campagne campane tra gli anni ’40 e ’60 del secolo scorso. In quel periodo arrivò la fillossera in regione, scoppiò la seconda guerra mondiale, le campagne si spopolarono e il fiano fu letteralmente salvato dall’estinzione.

Questo fu possibile perché negli anni più duri si era conservata una certa tradizione nella coltivazione e nella trasformazione del fiano in una piccola area della Valle del Calore irpina, attorno alla cittadina di Lapio. Veniva utilizzato soprattutto per la produzione di un bianco lambiccato, detto anche filtrato dolce, destinato in parte all’autoconsumo nei giorni di festa, in parte venduto specialmente a commercianti dell’area partenopea.

Fu l’azienda Mastroberardino a puntare sul recupero di questa varietà, che già veniva proposta in gamma nei primi anni del Novecento, prima dell’arrivo della fillossera. Come già era accaduto per aglianico e greco, sotto la spinta dei fratelli Mastroberardino i contadini della zona furono incentivati a creare nuovi impianti di fiano. Una ricostituzione dei vigneti lunga e faticosa, andata avanti per oltre un trentennio, favorita anche dal successo incontrato sui mercati dalle prime annate di Fiano dell’Irpinia disponibili di nuovo in una certa quantità. Smarcandosi dalla tradizione lapiana, era l’interpretazione di un bianco fermo e secco, lavorato in acciaio e imbottigliato a poche settimane dalla vendemmia.

Un riscontro commerciale che ha presto incoraggiato produttori di altre province e regioni ad impiantare vigne di fiano fuori dall’area “classica” irpina, consolidando in questo modo l’importanza del vitigno nella filiera regionale, non solo da un punto di vista qualitativo.

Cenni storici

Sulle origini del vitigno fiano e sulle traiettorie che l’hanno condotto in provincia di Avellino, circolano ipotesi il più delle volte incerte e scarsamente documentate. Nella stragrande maggioranza delle brochure e dei siti aziendali si dà per scontata la corrispondenza tra la varietà oggi coltivata, non solo in Irpinia, e la vitis apiana di cui parla Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia. Riscontri scientifici certi però non ce ne sono, così come vanno considerate poco più che folclore le teorie per le quali il nome deriverebbe dalla sua dolce aromaticità, capace di attirare sciami di api nelle vigne.

Per alcuni studiosi il fiano sarebbe stato introdotto in Campania da coloni provenienti dal Mediterraneo orientale, per altri si tratta invece di un vitigno di origine italica, quindi già presente sulla penisola quando si è sviluppata la viticoltura in regione. Sono numerosi i documenti che ne attestano la diffusione nelle aree interne e l’apprezzamento di illustri personaggi in epoca medioevale e moderna, ma parlare di storia del fiano ha senso se ci limitiamo all’ultimo secolo e alle vicende legate al suo salvataggio precedentemente ricordate.

Aree di diffusione

Il terroir di riferimento per il fiano, da un punto di vista storico e produttivo, è come ampiamente sottolineato quello irpino. In provincia di Avellino sono registrati circa 600 ettari, in larga parte coperti dalla Dop-Docg Fiano di Avellino, che si sviluppa su 26 comuni dislocati tra la valle del fiume Calore, la valle del fiume Sabato e le pendici del monte Partenio. La tipologia Fiano è prevista anche dalla dop Irpinia, che copre l’intero territorio provinciale.

Il primo polo che si è affiancato all’Irpinia nell’allargamento delle mappe del fiano è stato sicuramente la provincia di Salerno. Un territorio vastissimo che faceva fatica a comporre una fisionomia varietale riconoscibile, sia per le grandi dimensioni (e la relativa convivenza di più distretti agronomicamente e culturalmente distanti), sia per l’onda lunga di politiche agricole rivelatesi controproducenti. Negli anni ’90 diversi produttori di varie zone hanno cominciato a puntare con decisione sul fiano e oggi si consolida una produzione di interesse, rivendicata perlopiù attraverso specifiche tipologie della dop Cilento e delle Igp Paestum e Colli di Salerno.

L’altra zona che ha visto aumentare notevolmente le superfici destinate al fiano è il Sannio. Una porzione significativa di nuove vigne è stata realizzata verso la fine degli anni ’90 ed è un processo tutt’ora in corsa: quella di Benevento è la provincia campana che più ha visto aumentare gli ettari coltivati a fiano negli ultimi anni.
Al vitigno è riservata una specifica tipologia nella dop Sannio (con la possibilità di indicare una delle cinque sottozone) e nell’Igp di ricaduta Beneventano.

Qualche prova col fiano è stata fatta un po’ in tutti i territori campani, ma tendenzialmente possono essere considerate zone “vergini” per il fiano il Vesuvio, i Campi Flegrei, la Penisola Sorrentina, le isole di Ischia e Capri, la Costa d’Amalfi. Una piccola quota la incontriamo in provincia di Caserta, specialmente nella zona vulcanica tra Galluccio e Roccamonfina, Igp che prevede la tipologia Fiano (con utilizzo di almeno l’85% del vitigno).

Qualche vigna di fiano è stata impiantata nelle regioni limitrofe (Molise e Puglia, soprattutto, con quote marginali in Lazio, Marche e Basilicata), ma è stata sicuramente la Sicilia il primo macrodistretto extraregionale che ha puntato con una certa decisione sulla varietà irpina. Non va confuso con il fiano minutolo, coltivato in Puglia, vitigno completamente diverso da un punto di vista genetico, morfologico ed espressivo.

Fuori dall’Italia si segnalano superficie di fiano in forte crescita in California (soprattutto Sonoma Valley) e Australia, specialmente tra la Clare Valley e la McLaren Vale.

Profilo agronomico e organolettico

Il fiano è una varietà vigorosa, capace di adattarsi a condizioni molto diverse, grappolo serrato a volte con un’ala pronunciata (ma esistono cloni decisamente più spargoli), buccia resistente e tenace, maturazione tardiva. Ha bisogno di potature lunghe perché non è fertile sulle prime gemme, è sensibile all’oidio e molto resistente alla peronospora e alle muffe.

In alcuni manuali lo si ritrova classificato addirittura come vitigno semi-aromatico, imparentato coi moscati. E’ cultivar ricca di terpeni, con valori di acidità di partenza contenuti (soprattutto se rapportati al greco), ma sempre su livelli rilevanti per un bianco “mediterraneo”.

In un’annata “normale” la raccolta si concentra tra la metà di settembre e la prima decade di ottobre, ma ci sono delle zone dell’Irpinia dove tradizionalmente il fiano viene raccolto a fine ottobre e altre della provincia di Salerno dove nelle annate più calde e precoci si inizia a vendemmiare poco dopo Ferragosto.

La stragrande maggioranza dei bianchi da Fiano proposti sul mercato è frutto di fermentazioni e affinamenti condotti esclusivamente in acciaio, spesso dopo una maturazione di qualche mese sulle fecce fini prima dell’imbottigliamento. Aumentano in tutte le zone, comunque, selezioni e cru (sempre lavorate solo in inox) proposte ad almeno un anno dalla vendemmia.

Non è difficile identificare un profilo varietale di base del fiano, ma ha poco senso se non lo si interseca con le variabili pedoclimatiche, geografiche e temporali: a prescindere dalle scelte di vigna e cantina, un fiano irpino d’altura si esprime in maniera completamente diversa rispetto ad un fiano cilentano coltivato a due passi dal mare.

In linea di massima comunque, il fiano dà vita a bianchi intensi e profumati, ricchi di sensazioni floreali, fruttate e balsamiche, capaci nelle migliori versioni di trovare grande complessità minerale con l’affinamento in bottiglia. Sul piano gustativo il carattere ricorrente è quello di un vino elegante ed armonico, giocato sull’equilibrio delle componenti più che sui picchi di materia e scheletro verticale, spesso chiuso da una nota affumicata o leggermente ammandorlata.

* Elaborazione dati Agea 2008, riferiti alle dichiarazioni delle superfici vitate presentate dai conduttori