LA CAMPANIA > Coda di Volpe

Coda di Volpe Bianca - Crediti: Azienda Traerte

Coda di Volpe Bianca – Crediti: Azienda Traerte

Coda di Volpe (Bacca Bianca)

Con quasi 600 ettari coltivati, la coda di volpe rappresenta la decima varietà per diffusione in Campania, la sesta per quel che riguarda i vitigni a bacca bianca*.

Un dato che va preso con le molle, in considerazione del fatto che col nome coda di volpe vengono spesso designati vitigni diversi di zone diverse, ma chiamati localmente allo stesso modo. Un utilizzo del termine in qualche modo generico, adottato per cultivar non riconducibili ad altre ben codificate e magari accomunate dalla formula del grappolo allungato, che può ricordare appunto la coda di una volpe (cauda vulpium, in latino).

Una confusione varietale che ha caratterizzato per esempio l’area vesuviana, dove per lungo tempo il caprettone è stato identificato come locale-sinonimo e biotipo della coda di volpe. In tempi recenti le analisi sul dna hanno evidenziato come in realtà si tratti di due vitigni distinti e solo nei prossimi anni sarà possibile avere un quadro preciso degli ettari destinati all’una e all’altra cultivar.

Ma la sovrapposizione non riguarda solo il caprettone: anche il pallagrello bianco, la coda di pecora e alcuni cloni di trebbiano toscano sono stati a volte descritti come particolari biotipi di coda di volpe, prima che fosse chiara e documentata una precisa classificazione.

Il fatto è che solo negli ultimi vent’anni, o poco più, si è manifestata l’esigenza di delineare un profilo in qualche modo univoco della coda di volpe campana. Per molto tempo è stata impiegata come uva essenzialmente da taglio: non avendo grosse difficoltà a completare la maturazione e non essendo particolarmente dotata sul fronte acido, veniva utilizzata per “ammorbidire” nelle vendemmie più complicate bianchi decisamente più spigolosi, prodotti da fiano, falanghina e soprattutto greco.

Diffusa trasversalmente in tutta la regione, la coda di volpe viene impiegata in un’ampia serie di denominazioni.

La Dop Vesuvio stabilisce che per le tipologie Bianco e Lacryma Christi Bianco è obbligatorio l’utilizzo della coda di volpe o del caprettone per almeno un 35%, mentre alla restante parte del blend possono concorrere falanghina, greco e altre varietà ormai poco presenti come la verdeca.

E’ prevista una tipologia specifica anche nella Igp di ricaduta Pompeiano: per il momento si può indicare in etichetta “Coda di Volpe” (quando utilizzata per almeno l’85%), ma diversi vini rivendicati in questo modo sono a tutti gli effetti dei caprettone in purezza.

L’area vesuviana è indicata come quella di maggiore tradizione per la coda di volpe in Campania, seppure nell’equivoco varietale con il caprettone, ma le aree che hanno provato a valorizzare il vitigno con vinificazioni in purezza sono senza dubbio le province di Benevento e di Avellino, dove i pionieri in tal senso sono state le aziende Ocone (a Ponte, nell’area del Taburno) e Vadiaperti (a Montefredane, nella zona del Fiano di Avellino).

La tipologia Coda di Volpe è prevista dalle Dop Sannio (con eventuale indicazione di una delle cinque sottozone) e Dop Irpinia per i vini realizzati con almeno l’85% del vitigno. Discorso analogo per le Igp Beneventano, Colli di Salerno, Paestum, Roccamonfina, Terre del Volturno e Campania, mentre in altre denominazioni può entrare in piccole percentuali come varietà raccomandata e autorizzata.

Considerando la grande variabilità morfologica e clonale, è abbastanza difficile identificare un profilo agronomico univoco per la coda di volpe. Elementi ricorrenti sono comunque il grappolo grosso e dalla forma allungata, l’acino piccolo e abbastanza regolare, la buccia piuttosto consistente e pruinosa, che tende ad ingiallirsi con la piena maturazione, raggiunta di solito intorno alla metà di settembre.

I bianchi da coda di volpe sono quasi sempre frutto di vinificazioni classiche in acciaio e vengono commercializzati dopo pochi mesi dalla vendemmia. Possono presentare netti riflessi dorati fin da giovani, lasciandosi riconoscere per gli aromi di pera matura, spesso corredati da tocchi delicatamente vegetali, di frutta secca, di cereali, ma soprattutto per il corpo agile e asciutto, sostenuto da buone gradazioni alcoliche e da una moderata verve acida e salina. Nelle zone e nelle annate “giuste”, può reggere senza problemi un’evoluzione di 3-4 anni, talvolta anche di più, ma è una tipologia che può essere apprezzata con soddisfazione fin dai primi mesi di imbottigliamento.

* Elaborazione dati Agea 2008, riferiti alle dichiarazioni delle superfici vitate presentate dai conduttori