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Biancolella dell'isola di Ischia - Crediti: Azienda Casa D'Ambra

Biancolella dell’isola di Ischia – Crediti: Azienda Casa D’Ambra

Biancolella (Bacca Bianca) Con poco più di 200 ettari coltivati in Campania, la biancolella rappresenta la tredicesima varietà per diffusione, la settima per quel che riguarda i vitigni a bacca bianca*.

E’ tradizionalmente descritta come varietà di origine ellenica, diffusasi nelle zone costiere della Campania grazie ai coloni greci, con particolare riferimento ai loro primi insediamenti nell’antica Pithecusa, l’attuale isola di Ischia. Recenti analisi sul DNA hanno tuttavia dimostrato che non ci sono parentele certe tra la biancolella campana e le moderne varietà coltivate nell’area egea. Indicata localmente anche con i nomi “biancatenera”, “San Nicola” o “San Lunardo”, in alcuni testi è descritta come un particolare biotipo di falanghina, con la quale condivide alcune similitudini morfologiche ed agronomiche. Sono in corso studi per verificare la corrispondenza ipotizzata tra la biancolella campana e il vitigno Petite Blanche, diffuso soprattutto in Corsica nella zona di Bastia e San Martino di Lota.

Legami genetici a parte, la biancolella merita di essere inquadrata come varietà con un suo specifico profilo storico ed identitario. Innanzitutto per la sua diffusione ed importanza produttiva nell’isola di Ischia, di cui può essere considerato in qualche modo il vitigno “simbolo” per eccellenza. E’ infatti una delle tipologie previste dalla Dop Ischia (quando viene utilizzato per almeno l’85%), ma è vinificata anche in blend con forastera e altre varietà “minori” nella tipologia Ischia Bianco (30-55% di biancolella da impiegare obbligatoriamente) e nell’igp di ricaduta Epomeo.

La biancolella è coltivata anche sull’isola di Capri: nella tipologia Bianco può essere utilizzata per un 20% al massimo, in uvaggio con falanghina e greco.

Un’altra area in cui la biancolella riveste un ruolo di primo piano è quella disciplinata dalla Dop Costa d’Amalfi, con le relative sottozone Furore, Ravello e Tramonti, dove vi si fa riferimento di solito col nome biancatenera (là dove la falanghina è indicata tradizionalmente col nome biancazita). Nella tipologia Costa d’Amalfi Bianco è obbligatorio un utilizzo congiunto della biancatenera-biancolella con la falanghina-biancazita per almeno il 40%, mentre possono concorrere alla rimanente quota del blend le altre varietà tipiche della zona come ripoli, fenile, ginestra, pepella, e altre ancora.

Discorso simile riguarda la presenza e l’utilizzo della biancolella-biancatenera nella Penisola Sorrentina, dove può essere impiegata nel blend con falanghina-biancazita e greco fino ad un massimo del 60% nella Dop Penisola Sorrentina Bianco, con eventuale indicazione della sottozona Sorrento.

Altre Igp in cui è ammesso l’utilizzo della biancolella sono: Beneventano, Campania, Colli di Salerno, Dugenta, Paestum, Pompeiano, Roccamonfina e Terre del Volturno, ma la presenza del vitigno fuori dalle aree costiere è a dir poco marginale.

Fuori dalla Campania, è possibile incontrare vigne di Biancolella in provincia di Foggia (dove è vitigno autorizzato), in Sardegna e in Lazio, specialmente sull’isola di Ponza.

Vitigno di scarsa vigoria, grappolo compatto di media grandezza, spesso con due ali corte, acino sferoidale con buccia piuttosto sottile, la biancolella viene raccolta di solito tra la metà di settembre e l’inizio di ottobre, a seconda delle zone, dei terreni, delle esposizioni e delle altitudini. Variabili pedoclimatiche e produttive restituite dai vini, quasi sempre frutto di classiche vinificazioni in bianco, con affinamenti in acciaio. Che, al di là degli stili aziendali, evidenziano un ricorrente carattere snello ed armonioso, riconoscibile negli aromi delicatamente floreali e vegetali, spesso confermato da un profilo sottilmente iodato, misurato nella struttura, nell’apporto alcolico come nello scheletro acido.

* Elaborazione dati Agea 2008, riferiti alle dichiarazioni delle superfici vitate presentate dai conduttori