LA CAMPANIA > Economia

La Campania occupa il settimo posto tra le regioni italiane per quel che riguarda il Pil totale: circa 95 milioni di euro, il valore più alto nel sud Italia, mentre è il più basso nel rapporto tra reddito pro-capite e Pil (circa il 66% della media continentale). La definizione di Campania Felix sottolinea fin dall’epoca romana la vocazione agricola della regione, per oltre due millenni fondamento di un’economia largamente basata sul settore primario. Oggi oltre la metà del prodotto interno lordo proviene dal settore terziario (servizi, pubblico impiego, commercio, turismo, attività finanziarie ed immobiliari), mentre dall’industria deriva circa il 10% del fatturato e dall’agricoltura meno del 3%.

Nonostante la percentuale apparentemente marginale, il distretto agroalimentare campano è uno dei più fiorenti a livello nazionale, con un’ampia serie di produzioni (orti-frutticoltura in testa) favorite per quantità e qualità dal clima mediterraneo, dall’alta fertilità dei terreni e dall’ideale disponibilità di acqua. In questo quadro, la viticoltura occupa un posto di primo piano, non tanto e non solo per le superfici ad essa destinate quanto per il valore socioeconomico generato fin dall’antichità. Chi vuole raccontare la storia del vino europeo, è nei fatti obbligato a ricordare il ruolo che ha avuto la Campania nello sviluppo della bevanda cara a Bacco, nella diffusione dei vitigni (è stata una delle porte di ingresso per le varietà propagate dai coloni del Mediterraneo orientale), nella cultura dell’eccellenza.

C’è una documentazione semplicemente sterminata a testimoniare quanto siano profonde e gloriose le radici del vino campano, certamente meritevoli di essere studiate ed evocate. A patto però che l’attenzione non sia troppo sbilanciata, come molto spesso è accaduto, più sulle vicende del passato che su quelle di oggi. Perché quella del vino campano è una storia di storie interrotte e poi ricominciate, ogni volta con nuove forme. Perché si tratta di un distretto millenario nelle origini ma recentissimo nella sua configurazione collettiva. Perché è da meno di un trentennio che ci si può riferire con cognizione di causa all’incredibile ricchezza e molteplicità di territori, vitigni, interpreti, stili produttivi, filiere.

Senza nulla togliere a Plinio il Vecchio e Tito Livio, a Columella e al Falerno degli Imperatori, riteniamo sia più che mai necessario un presidio informativo che aiuti a decodificare non tanto quello che è avvenuto ma quello che per molti versi sta avvenendo tutti i giorni nella Campania del vino del terzo millennio. Con tutti i possibili errori legati alla prospettiva di uno sguardo così ravvicinato temporalmente, ma nondimeno urgente per accompagnare il controverso percorso di crescita di quello che era, in parte è e probabilmente ancora di più sarà uno dei grandi terroir del vino mondiale, fuori da ogni campanilismo.