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Casavecchia, la prossima “bella cosa” della Campania Rossa?

Ci siamo già occupati più volte in queste settimane del “fenomeno piedirosso”, l’ex brutto anatroccolo dell’enologia campana, che sembra aver finalmente trovato la sua collocazione nello scacchiere produttivo regionale (link, link, link, link e link). I migliori interpreti dei Campi Flegrei e del Vesuvio, ma anche della Penisola Sorrentina e della Costa d’Amalfi, stanno finalmente dimostrando come si possano ottenere grandi soddisfazioni di critica e di pubblico lavorando col massimo impegno su tipologie erroneamente considerate minori fino a poco tempo fa. Rossi che, come sottolineato più volte, danno il loro meglio a tavola e permettono di spaziare su un’ampia rosa di abbinamenti, giocando anche con le temperature. Vini in primo luogo “gastronomici”, come sempre più spesso li si definisce, quotidiani nel senso migliore del termine, grazie anche a prezzi non certo proibitivi.

Una lezione che a mio avviso potrebbe essere colta da altri distretti campani in maniera molto più efficace rispetto a quanto fatto finora. Sto pensando soprattutto alla provincia di Caserta e, nello specifico, ai Casavecchia delle Colline Caiatine. Sorvolando per una volta sulle vicende che hanno portato al recupero di una varietà praticamente salvata dall’estinzione, oggi possiamo finalmente ragionare con cognizione di causa sull’identità espressiva di questi vini. Solo da poco è stato ricostituito un parco vigne minimamente significativo, lo sappiamo, e solo da poco abbiamo garanzie sufficienti che, quando assaggiamo una bottiglia dichiarata come Casavecchia, ci stiamo effettivamente misurando col vitigno casertano. Così come sappiamo che la “massa critica” è ancora piuttosto limitata, dato che in tutto il comprensorio provinciale non riusciamo a mettere insieme più di 20-25 etichette a base casavecchia, tirate in poche migliaia di esemplari e proposte da una ventina di cantine, non di più. Ciononostante vale già la pena di interrogarsi sul posizionamento organolettico e commerciale di una tipologia per molti versi non sovrapponibile a nessun’altra, se confrontata con il panorama rossista regionale.

Grappolo di casavecchia

Grappolo di casavecchia

A partire dalla vigna: il casavecchia è un vitigno davvero diverso da tutti gli altri, perlomeno quelli più presenti nei vari distretti campani. Quando iniziarono i lavori di studio e ricerca funzionali al suo recupero, addirittura circolavano ipotesi che lo volevano una sorta di ibrido della vitis silvestris, coi suoi grappoli grossi e irregolari, gli aborti floreali, la somiglianza con certe uve da tavola, le piante a piede franco, il sistema di allevamento a spalliera alta incrociata, spesso in consociazione con l’orto. Un profilo “selvatico” ulteriormente enfatizzato dal contesto ambientale della sua zona “classica”, corrispondente al triangolo formato dai comuni di Pontelatone, Formicola e Castel di Sasso. Un’area tendenzialmente pianeggiante, circondata da colline impervie e fitta vegetazione boschiva, con le vigne concentrate perlopiù nella fascia tra gli 80 ed i 300 metri di altitudine, con una prevalenza di suoli vulcanici e tufi, a volte mescolati con componenti argillose, detriti alluvionali e calcari.

Area storica di coltivazione del Casavecchia

Area storica di coltivazione del Casavecchia

Premesse viticole e pedoclimatiche indubbiamente particolari, che hanno portato fin da subito ad esplorare nuove strade, con la maggior parte dei nuovi impianti realizzati a spalliera bassa, allargando contestualmente l’area di riferimento per la coltivazione del casavecchia. La piana di Pontelatone resta la zona “storica”, ma altrettanto significative sono diventate le vigne dislocate nella fascia confinante ad est, quella più propriamente definibile come Colline Caiatine, tra Caiazzo, Castel Campagnano e Ruviano, dove finisce il Medio Volturno e comincia il Sannio. In pratica dopo pochi anni si è creato un unico distretto con la sovrapposizione delle diverse aree di produzione del casavecchia, del pallagrello nero e del pallagrello bianco, dato che quasi tutte le aziende offrono nella loro gamma almeno un’etichetta dedicata a ciascuna varietà, a volte anche in blend. Un processo che da una parte ha aiutato ad allestire una piattaforma commerciale minimamente sostenibile, dall’altra ha reso meno prioritaria la riflessione sulle identità espressive specifiche dei diversi vitigni. Nonostante l’enorme distanza tra pallagrello nero e casavecchia, per rimanere ai rossi, dal punto di vista storico, agronomico ed enologico, nella maggior parte dei casi sono stati adottati e vengono ancora adottati protocolli di vigna e cantina pressoché identici per le due varietà casertane. In linea di massima sono state interpretate entrambe nell’ottica del vino “importante”, perlomeno secondo i parametri in voga fino a non tanto tempo fa: basse rese, raccolte a piena maturazione, estrazioni decise durante la fermentazione, affinamenti perlopiù in legno piccolo e nuovo. Soluzioni tecniche ritenute “obbligate” soprattutto per il casavecchia, per fronteggiare i problemi legati alle sue maturazioni disomogenee, anche sullo stesso grappolo, prevenire le riduzioni aromatiche a cui è soggetto, gestire i suoi tannini “scaleni”, non paragonabili per quantità a quelli di un aglianico ma di trama a volte mordente e gessosa.

Pontelatone (CE), vigna di Casavecchia allevata a spalliera alta incrociata

Pontelatone (CE), vigna di Casavecchia allevata a spalliera alta incrociata

Una lettura quasi sempre “moderna”, dunque, per giocare coi vecchi cliché, che sui mercati è sembrata funzionare, anche in ragione della rarità di questi vini; considerando, oltretutto, che il grosso degli imbottigliatori ha scelto di posizionare i loro rossi da pallagrello e casavecchia in una fascia decisamente “premium”, con prezzi quasi mai inferiori ai 15-20 euro in enoteca. Non certo vini “quotidiani”, insomma, nel profilo come nel costo, proposti da operatori e ristoratori ai loro clienti come un’affascinante alternativa ai più polposi aglianico campani. Un inquadramento in buona parte confermato anche dalla critica, che ha indicato come punto di riferimento qualitativo i vini con queste caratteristiche.

Eppure gli ultimi sviluppi del distretto sembrano suggerire una chiave interpretativa sensibilmente diversa. Innanzitutto va detto che le poche bottiglie conservate negli archivi per future verticali e retrospettive hanno dato esiti non sempre confortanti in termini di tenuta ed integrità, indebolendone la dimensione di “rosso da invecchiamento”. Così come è diventato argomento di discussione un certo deficit di personalità varietale e territoriale per la maggior parte dei Casavecchia disponibili in commercio. Sta accadendo, soprattutto, che alcuni dei vini teoricamente più “semplici” si stiano rivelando tra i più interessanti da assaggiare nelle ultime vendemmie, svelando un volto per molti versi inedito del vitigno pontelatonese. Frutto goloso e croccante, esuberanza sapida e affumicata più che impalcatura materica ed estrattiva, rossi deliziosi per la tavola, dove il tannino jazz del casavecchia diventa un aiuto e non un limite. Vini magari pensati per un consumo veloce, imbottigliati a qualche mese dalla vendemmia e non necessariamente affinati in legno, eppure spesso capaci di convincere più delle rispettive selezioni o riserve.

Crediti foto: Giorgio Salvatori

Crediti foto: Giorgio Salvatori

Vengono in mente i percorsi vissuti da un’area molto lontana geograficamente, ma con molti punti di contatto nelle premesse viticole rispetto all’Alto Casertano. Quella del Madiran, Francia sud-occidentale, tra il Médoc e i Pirenei, dove i migliori rossi sono prodotti con il vitigno tannat, conosciuto nel mondo come uno dei più dotati in assoluto sul piano polifenolico. E dove c’è stata una vera e propria rinascita nell’ultimo ventennio grazie a dei vini concepiti “in leggerezza”, adottando estrazioni soffici, giocando col cemento e le micro-ossigenazioni, più che sull’effetto polimerizzazione attraverso il rovere, riconosciuto come ulteriore zavorra per tipologie già in partenza piene di “roba”. Chi ha avuto modo di stappare le vecchie riserve di Alain Brumont a Château Montus sa che livelli di eleganza insospettabile può raggiungere il tannat al suo massimo. Per il casavecchia si può immaginare qualcosa di simile: lungi dall’identificare un protocollo univoco, le gerarchie si rimescolano anche grazie a soluzioni trasversali, con affinamenti più brevi in acciaio e in cemento, minore percentuale di legno nuovo, utilizzo del rovere di Slavonia.

I migliori casavecchia possono andare ad occupare una casella ancora vuota nello schieramento campano, per alcuni versi “intermedia” tra l’idealtipo piedirosso e quello aglianico. Non ci sono in regione vitigni non aromatici con la medesima carica fruttata e speziata del casavecchia, arricchita nelle zone più classiche da un evidente sfondo minerale di tipo terroso e affumicato, di cortecce e sottobosco. Così come non sono tante le alternative per chi cerca un rosso di medio corpo, agile e saporito, disimpegnato ma non pettinato, non così efebico e crudo come possono essere certi piedirosso né così fitto, austero, impegnativo come un Taurasi, un Falerno o un Taburno. Un casavecchia da poter servire anche a temperatura da cantina, accompagnando paste ricche e carni delicate, pollo e coniglio in umido in primis. Non è un caso se vini di questo profilo rappresentino in diversi casi i “base” delle loro aziende, magari realizzati in blend col pallagrello nero. Penso per capirci all’Erta dei Ciliegi dei Viticoltori del Casavecchia o al Castello delle Femmine di Terre del Principe, tonici e croccanti di solito nella loro semplicità. Oppure il Lautonis de Il Verro e il Casavecchia di Crapareccia, affinati in acciaio, che puntano tutto sulla naturalezza espressiva e di beva. Le opzioni sono decisamente aumentate nell’ultimo periodo e i vecchi “classici” come il Centomoggia di Terre del Principe, il Trebulanum di Alois, il Casavecchia di Vestini Campagnano si misurano sempre di più con etichette di ispirazione piuttosto diversa. Un movimento che è stato dal mio punto di vista erroneamente trascurato mentre veniva delineata la nuova dop consacrata al vitigno casertano, Casavecchia di Pontelatone (prima annata 2012, commercializzabile dall’autunno 2014). Denominazione che ha il merito di sottolineare finalmente in maniera più chiara l’origine territoriale del vitigno, finora utilizzato come tipologia nell’ambito dell’ampia Igp Terre del Volturno. E che invece limita gravemente, secondo me, le possibilità di personalizzazione stilistica, obbligando ad almeno 24 mesi di affinamento prima della commercializzazione, di cui minimo 12 mesi in legno (per il Casavecchia di Pontelatone Riserva si arriva a 36 mesi e almeno 18 in legno).

Sarà importante capire se e come i produttori vorranno recepire la ratio della nuova dop e come continuerà ad essere esplorato per il vitigno il terreno delle sperimentazioni e della variabilità espressiva. I casavecchia “d’annata”, quelli più immediati e fragranti, dovranno essere giocoforza proposti con l’indicazione geografica protetta. Un rischio di ulteriore confusione normativa, compensato dal valore aggiunto di una diversificazione interpretativa, oggi più che mai necessaria per creare attenzione. Sono convinto infatti che il casavecchia casertano possa facilmente diventare the next big thing del distretto rossista campano, perlomeno per gli amatori più attenti e curiosi. Chi riesce a recepire le indicazioni che arrivano dagli appassionati trovando la formula giusta, probabilmente fa tredici. Una prospettiva che potrà essere colta soltanto dai vigneron più consapevoli delle peculiarità di quest’uva e capaci di pensarla in funzione della tavola, oltre che dei dati agronomici ed enologici. Perché le armi a disposizione dell’arsenale campano non si esauriscono mai.

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L'Autore

Paolo De Cristofaro

Paolo De Cristofaro

Irpino classe 1978, lavora a tempo pieno nel mondo del vino dal 2003, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e il Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico di Gambero Rosso. Giornalista e autore televisivo, collabora per numerose guide, riviste e siti web, tra cui il blog Tipicamente, creato nel 2008 con Antonio Boco e Fabio Pracchia. Attualmente è il responsabile dei contenuti editoriali del progetto Campania Stories, nato da un’esperienza ultradecennale nell’organizzazione degli eventi di promozione dei vini irpini e campani con gli amici di sempre. Dal 2013 collabora con la rivista e il sito di Enogea, fondata da Alessandro Masnaghetti.
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